Tutti gli usi della parola a tutti mi sembra un buon motto, dal bel suono democratico. Non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo.
(G. Rodari, Grammatica della fantasia)
Ecco. Per me questo "articolo" potrebbe già finire qui, con questa citazione. In queste tre righe, per quel che mi riguarda c'è già tutto Gianni Rodari, ma c'è anche molto di più ... Queste righe potrebbero essere una doverosa, istituzionale, ritardataria commemorazione di uno dei cosiddetti "mostri sacri" della letteratura (o della letteratura per l'infanizia, dipende dai punti di vista): infatti, lo scorso 14 aprile ricorrevano i 30 anni dalla morte di Gianni Rodari (e volendo il 23 ottobre si sarebbero potuti ricordare i 90 anni dalla sua nascita). Se cercate una cosa di questo genere c'è Zio Google, che vi fornirà prontamente una pletora di fonti più precise, accurate e documentate. Altrimenti queste righe potrebbero essere un puntuale, ricco, accurato compendio su vita, opere, idee, discorsi fatti e misfatti del compianto signor G(ianni). Ma per questo c'e Wikipedia.
Invece queste righe sono un'atra cosa, forse inutile, ma certo altra.
La storia di uno che la citazione riportata sopra (per la verità in versione ridotta, solo la prima e la terza riga, cioè "Tutti gli usi della parola a tutti. Non perchè tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo") se la trovava davanti tutte le mattine quando entrava in classe. Siccome la mattina il poveretto si sentiva sempre un po' stonato, si era preparato quella scritta, bella grande, su uno striscione giallo con dei caratteri rossi tutti strambi e sghembi come lui (forse per questo gli piacevano tanto) e l'aveva appesa al muro, in alto ma, ben piazzata davanti a sé, perché gli serviva. Gli serviva proprio tanto, più dei libri, dei quaderni dei registri, delle circolari e di ogni carabattola di cui i maestri, da che mondo è mondo e da che scuola è scuola, usano circondarsi.Ne aveva bisogno per ricordarsi sempre cosa ci stava a fare, proprio lui, dentro quell'aula con quei bambini, quale era lo scopo ultimo del suo lavoro.

Leggeva spesso quella frase tra sè: quando aveva sonno perché aveva dormito poco, per darsi una svegliata e ricordare che non poteva proprio dormire, non lì; ma anche quando si sentiva sperso e scoraggiato perché aveva l'impressione che, nonostante i suoi (e i loro) sforzi, quei piccoli somari avessero imparato poco o niente. La leggeva quando si divertiva a inventare storie e filastrocche con i suoi ragazzi per ricordarsi che era bello, come un gioco, ma non una cosa da poco. La leggeva (anche tre o quattro volte di seguito) per calmarsi quando era arrabbiato. Si arrabbiava spesso, ma non con i bambini, di più, ultimamente molto di più, con i grandi: per esempio col signor B., la signora G.e Mr. T, oppure con i genitori dell'alunno X. che gli sembrava volessero sfasciare la scuola sotto i suoi piedi e con tutti i bimbi dentro. Insomma, quando se ne sentiva troppe sul gobbone e pensava di non farcela più, si accarezzava piano quella bella frase e si ricordava che, per fortuna, lui non stava faticando per quei signori lì, che non capivano niente, ma per i suoi scolari, perchè le loro teste non finissero in catene. Dopo averla letta così per bene, seguendo con calma le curve di tutte le lettere, gli pareva di assomigliare un po' di più al suo amico Gianni, di poter prendere la vita non per scherzo, ma un po' più alla leggera: con la grazia, la libertà e la fantasia di chi vuole diventare grande, ma anche restare un po' bambino. Si dimenticava di colpo dei signori B., G., T e dei loro parenti dell'intero alfabeto. Si dimenticava perfino di tutti i generali Sparoni Bomboni Pestafracassoni intenti a farsi la guerra.
Sapete cosa gli veniva in mente invece? La storia di un semaforo di Milano che aveva cominciato a diffondere in tutte le direzioni una splendida luce blu, ma era stato disattivato perché nessuno aveva capito che stava dando il segnale di via libera per il cielo. Allora pensava che quella sua scritta, forse, avrebbe dovuto colorarla non di rosso ma di blu, perché era il suo personale semaforo blu. Questo tizio non sapeva (e forse non sa nenche oggi) se avrà il coraggio di prendere la strada verso il cielo, però dice di essersi convinto che volare, con la mente senza catene e con le parole come ali, si possa fare. Ogni tanto gli capita di pensare anche un'altra cosa: "Grazie Gianni!" |